18 Luglio 2019

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Se avessero valore...

21-05-2019 22:02 -
Tale Luigi Bettazzi, in arte vescovo di Ivrea, ha scritto una lettera aperta indirizzata ad Augias, nella quale si meraviglia che questi sia ateo.
“Lei crede nella libertà, nella bellezza, nella giustizia, … lei non è ateo” sostenendo che libertà, bellezza e giustizia sono valori che non possono essere riferibili agli atei, perché agli atei, secondo la mitologia della sua setta, sono riferibili solo nefandezze.
Secondo questo soggetto gli atei, ad esempio, sono i ragazzi di Manduria che hanno torturato per gioco un disabile procurandogli la morte.
Mi corre l’obbligo di una delucidazione, non tanto in difesa di Augias, che di certo sa replicare di suo, quanto piuttosto in direzione dell’onestà intellettuale, per ristabilire un criterio oggettivo di definizione in tema di criminalità cattolica.
Tanto per iniziare i ragazzi di Manduria erano tutti battezzati, dunque cattolici.
A Pietro Pacciani, noto come il Mostro di Firenze, accusato di aver ucciso 16 persone, morto prima che il processo d’appello si celebrasse, è stato attribuito, dai criminologi, un gran peso delle radici cattoliche.
Michele Sindona, faccendiere, era il detentore dei proventi delle attività mafiose palermitane e anche per la sua vicinanza alla organizzazione religiosa cattolica, nonché agli affari della banca vaticana, gli era stato attribuito l’appellativo di ‘banchiere di Dio’.
Bernardo Provenzano, mafioso, noto come il Trattore per la ferocia con cui falciava le sue vittime, si è sempre espresso con riferimenti al testo sacro cattolico, la Bibbia; in uno dei suoi pizzini più noti si legge: “Dio ci protegga … ci circonda la grazia di poter vivere sotto la sua luce”.
Pietro Aglieri, mafioso, tra i più spietati assassini di Cosa nostra, era iscritto ad un corso di teologia e durante la latitanza ebbe numerosi contatti con preti.
Di contro, Luigi Bettazzi, nella certezza di una assoluta mancanza di riferimenti, non sarebbe in grado di redigere un elenco di criminali atei, dichiarati tali e non persone alle quali è stata attribuita la qualifica di atei da un residente di Ivrea.
L'elenco di analogie che ci sono, piuttosto, tra la Chiesa cattolica e l’organizzazione più potente in Italia, ovvero la Mafia, dovrebbe indurlo a ben altre riflessioni.
Sia la Chiesa cattolica che la mafia sono accumunate negli stessi disvalori: entrambe non riconoscono la supremazia dello Stato, entrambe rispondono soltanto ai propri codici, entrambe non pagano le tasse, entrambe hanno bisogno della corruzione per garantire la loro stessa esistenza.
L’autore della lettera sicuramente ignora che i valori degli atei progressisti sono quelli riconducibili ai diritti universali e inviolabili, sanciti nelle Convenzioni internazionali, proprio quelle Convenzioni che la Monarchia vaticana si rifiuta di sottoscrivere.
Nella conflittualità tra Stato e mafia, mentre gli atei progressisti avvalorano l’applicazione del diritto, nella Chiesa cattolica i religiosi si predispongono a recitare le preghiere con i mafiosi.
Costui certamente confonde il peccato con il reato mentre gli atei progressisti ritengono che il piano del reato e quello del peccato, più che essere inconciliabili, siano in conflitto.
Nella sua veste di vescovo non si potranno contare le segnalazioni di abusi sessuali clericali che avrà ricevuto, ma si conosce esattamente il numero di quelli che ha assicurato alla giustizia: zero.
Non affermo che tra gli atei non ci siano persone dedite al crimine, come pure non affermo che tutti i cattolici siano dediti al crimine, ma affermo che l’organizzazione cattolica di cui Luigi Bettazzi è espressione dirigenziale, ha connotazioni criminogene con esempi grandemente rappresentativi come quelli citati, che non consentono a costui di classificare le persone in base alla loro condizione personale del pensiero.
Se avessero qualche valore, si dovrebbero pretendere le sue scuse.

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