30 Settembre 2020
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NICOLA ZINGARETTI

09-09-2020 11:23 - Redazione DA
Allora.
La legge costituzionale sul taglio dei parlamentari è nata sull’onda lunga dell’antipolitica.
Dalla convinzione cioè che il tessuto istituzionale, a cominciare dal Parlamento, costituisca un mero moltiplicatore di poltrone che va prosciugato il più possibile.
Per il M5S, che ne è stato il più acceso sostenitore, il referendum confermativo è divenuto un’occasione irripetibile per riconquistare, attraverso un tema che parla più alla pancia che alla testa degli elettori, quel consenso che ha perduto in questi anni di governo.
Per una specie di legge del contrappasso il PD, dopo aver votato tre volte contro la riduzione dei parlamentari, ha cambiato improvvisamente idea non per convinzione, ma per far nascere il “Conte bis”. Ora è prigioniero di quella scelta, senza aver neppure ottenuto la contropartita della modifica della legge elettorale.
Se ne possono comprendere le ragioni: una sconfitta del SI metterebbe in discussione il governo, e l’alternativa sarebbero le elezioni e l’altissimo rischio di avere un’Italia in mano a Salvini e la Meloni.
Ma esse rischiano di sottrarre ancora una volta al merito il giudizio degli elettori su materie come la qualità della democrazia, i criteri della rappresentatività, la tutela delle minoranze e il perimetro del pluralismo.
Far passare il taglio lineare dei parlamentari, privo oltretutto di motivazioni nella sua entità, come “riforma del Parlamento” è, innanzitutto, del tutto strumentale: si tratta in realtà di un indebolimento secco del ruolo delle assemblee elettive, considerate principalmente come centro di costo, e non quale luogo della rappresentanza ed espressione del pluralismo, oltretutto con un risparmio irrisorio.
Un pluralismo che andrebbe, al contrario, ancor di più garantito nel momento in cui si è fortemente indebolito il ruolo dei grandi partiti di massa, lasciando spazio a una polverizzazione delle identità politiche, culturali, territoriali.
Sarebbero proprio queste ultime a essere maggiormente sacrificate: diventeremmo il Paese dell’UE con il minor numero di deputati in rapporto alla popolazione: 0,7 ogni 100mila abitanti, a fronte dell’1% precedente, con una forte penalizzazione delle Regioni meno popolose come, per esempio, il Friuli Venezia Giulia , dove i rappresentanti in Parlamento scenderebbero da 20 a 12, (i deputati da 13 a 8, i senatori da 7 a 4). In termini percentuali, il FVG vedrebbe ridursi del 38 per cento la propria rappresentanza alla Camera e addirittura del 43 per cento al Senato, autentico record nazionale che avrebbe come ulteriore conseguenza l’impossibilità di rappresentare le minoranze nazionali e linguistiche.
Oltretutto, aumentare il perimetro dei collegi, arrivando a un rapporto di 1 a 800mila, senza accompagnare l’incremento con garanzie per le minoranze, produrrà, soprattutto nelle Regioni più piccole, un effetto “iper maggioritario”, rischiando di consegnare la rappresentatività soltanto ai 2-3 partiti maggiori, lasciando cospicui settori privi di rappresentanza ed indebolendo ancor di più il rapporto tra eletti ed elettori. Quell'incremento finirà inoltre per favorire campagne elettorali nelle quali la disponibilità di risorse economiche sarà determinante per il risultato.
Va infine sottolineato che ridurre il numero dei parlamentari senza rivedere le funzioni del Parlamento, a cominciare da numero e ruolo delle commissioni, rischia di produrre effetti imprevedibili in un bicameralismo perfetto che la “riforma” non tocca.
Si tratta, in sostanza, di un’operazione volta a eludere il vero problema: la qualità, la competenza e l’autonomia dei parlamentari e, dunque, le modalità e i criteri di selezione del personale politico, sui quali, non a caso, non si apre alcun dibattito. Fa comodo infatti ai vertici dei partiti ascrivere a sé la scelta dei candidati, assunta troppo spesso su base fiduciaria, e sottrarla alla scelta dei cittadini. Per questi motivi io voterò NO
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