06 Ottobre 2022
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obiettivo 64

La situazione delle carceri italiane continua ad essere esplosiva ed è assente dal qualsivoglia dibattito politico, men che mai elettorale.
Le destre, strutturalmente garantiste con i ricchi e giustizialiste con i poveri, non ritengono che questo argomento sia spendibile in funzione del consenso.
Dunque i partiti di destra, ovvero PD, Lega, FDI, FI, Azione, IV, non pronunciano una sola parola contro la condizione disumana dei detenuti.
I dati disponibili del 2019 indicavano che su 46.904 posti disponibili nei 191 istituti di pena, erano presenti 60.512 detenuti, ossia 13.608 in più rispetto alla capienza regolamentare, con un sovraffollamento del 129 per cento, che in alcuni istituti diventa del 200%.
Democrazia Atea ha sempre espresso la propria posizione sulla politica carceraria contro i trattamenti disumani e degradanti.
Uno sguardo alle altre Nazioni rende più chiaro il quadro della inciviltà italiana.
In Svezia le strutture carcerarie chiudono.
In Olanda furono affittate, qualche anno fa, per una diminuzione dei detenuti e per assicurare continuità lavorativa al personale carcerario.
Di certo la legislazione italiana ha aggravato il sistema carcerario penalizzando comportamenti che, in altri Paesi, costituiscono violazioni amministrative e non penali.
L’uso di sostanze stupefacenti, ad esempio, costituisce una percentuale del 40% circa della popolazione carceraria.
La funzione costituzionale della pena dovrebbe essere quella della rieducazione in vista di un reinserimento, ma è stata soppiantata dalla spinta tribale della popolazione che confonde la funzione democratica della giustizia con la detenzione, indotta a credere, barbaramente, che l’una possa sostituirsi all’altra.
L’Italia nei confronti della popolazione carceraria ha un immorale senso di indifferenza, e il giustizialismo, declinato come condizione frustrante della convivenza civile, è diventato un sentimento diffuso.
In Italia si contano 40 strutture carcerarie edificate e non collaudate.
Un enorme sperpero di risorse che è naturale conseguenza di una amministrazione politica inefficiente e corrotta.
Il recupero di quelle strutture e la loro utilizzazione avrebbe conseguenze positive su più fronti.
La popolazione carceraria sarebbe posta in condizioni di scontare la pena con umana dignità.
L’utilizzo di nuove strutture porrebbe l’Amministrazione statale nella necessità di assumere nuovo personale dipendente.
La funzione di recupero si tradurrebbe in una diminuzione drastica della possibilità, per gli ex detenuti, di reiterare le condotte criminali una volta scontata la pena, e ove non fosse possibile il reinserimento, le strutture di supporto alla rieducazione dovrebbero essere la regola e non l’eccezione. .
Se queste finalità, ovvie e collaudate, non vengono percorse, è evidente che giova perseguirne altre come ad esempio la privatizzazione del sistema carcerario.
Durante il governo di Mario Monti questa idea infelice trovò la prima sponda legislativa: il decreto legge n1/2012, cosiddetto “Decreto Liberalizzazioni” conteneva un importante passaggio (Titolo II Capo 1, art. 43) che consentiva l’adozione di disposizioni urgenti per “fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri”.
Venne introdotta la modalità del project financing alla gestione carceraria.
La gran parte della progettazione ed esecuzione dell’opera pubblica viene realizzata con capitali privati, mentre una quota residuale rimane di competenza dello Stato.
In cambio la società privata gestisce per almeno un ventennio la struttura e con essa i detenuti.
Il nuovo carcere di Bolzano è il primo caso di project financing riferito all’edilizia carceraria che avrebbe dovuto essere ultimato entro il 2018 ma come da protocollo, la società è fallita e lo Stato è dovuto intervenire con esborso di soldi pubblici per sanare le criticità del privato che trascinava nel disastro finanziario l’intero progetto.
Le organizzazioni umanitarie internazionali hanno da tempo sollevato critiche alla privatizzazione delle carceri analizzando quanto accade nei Paesi ove questo sistema è stato già adottato e quindi, prima di affidare ad una società privata la gestione di un carcere, si sarebbe dovuto procedere quantomeno con una analisi comparativa rispetto ad altri sistemi, ma l’amministrazione penitenziaria e il governo sono stati omissivi anche per questo aspetto.
La liberalizzazione della gestione carceraria, che nel carcere di Bolzano trova la sua prima attuazione, pone degli interrogativi legittimi, oltre che inquietanti.
E’ scontato che chi intravede un profitto nella gestione dei detenuti non avrà alcun interesse ad occuparsi della loro riabilitazione.
La soluzione del sovraffollamento, piuttosto, non coincide con provvedimenti di clemenza come l’amnistia o l’indulto, ma risiede nella totale abrogazione di norme liberticide e indegne di uno Stato di Diritto.
Stupri, pestaggi, ricatti, sporcizia, disturbi psichiatrici, sono le conseguenze di una colpevole disattenzione verso i detenuti che la privatizzazione non risolverà, posto che la finalità sarà quella del profitto.
La privatizzazione delle carceri, nei Paesi ove è già stata adottata, non ha risolto nemmeno l’auspicato risparmio da parte dello Stato e anzi i costi di una criminalità non rieducata, sono addirittura aumentati.
Sarebbe stato più logico procedere con una estesa depenalizzazione riferita al maggior numero di reati minori per i quali la forza deterrente risiede più nel comminare una sanzione pecuniaria che non detentiva.
Con la privatizzazione della gestione delle carceri lo Stato si vuole spogliare della funzione principale della detenzione che è quella della rieducazione e del reinserimento sociale, a vantaggio del profitto.
Intanto nell’immaginario collettivo si è alimentata la predominanza della funzione punitiva delle carceri, propria delle società tribali, a tutto svantaggio della finalità rieducativa che, in Italia, ha rango costituzionale.
Ma non è solo questo il punto dolente della questione carceraria.
Dall’inizio dell’anno si sono suicidati 47 detenuti nell’indifferenza generale.
L’assistenza ai detenuti è affidata ai cappellani penitenziari, una particolare categoria di preti che ha finanche un ruolo nella valutazione dei percorsi di affidamento dei detenuti a riti alternativi alla detenzione.
Costoro hanno un potere che travalica il ruolo che l’ordinamento penitenziario gli riconosce, e esercitano sui detenuti un potere morale che non è compatibile con uno stato di diritto.
L’articolo 27 della Costituzione così recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Orbene, la rieducazione non può consistere nella affiliazione forzata ad una religione attraverso la cappellania cattolica.
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