25 Maggio 2022
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obiettivo 46

Nel programma politico di Democrazia Atea è stata inserita l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti tra gli obiettivi economici e non tra gli obiettivi etico-sociali.

La ragione risiede nel fatto che l’informazione è uno dei pilastri fondamentali della democrazia e lo sviluppo economico di un Paese è legato a doppio filo con una corretta informazione.

Quando i gruppi di potere economico rafforzano se stessi a scapito della popolazione, devono passare attraverso il controllo preventivo dell’informazione.

Attraverso la censura o attraverso l’informazione tessuta ad arte per distrarre, le oligarchie reprimono e impoveriscono senza troppi ostacoli.

L’Ordine dei Giornalisti è stato istituito nel 1963 e non era troppo dissimile dall’impianto delle corporazioni fasciste.

Il bilancio che se ne trae oggi è pessimo.

L’Ordine non garantisce la professionalità né riesce ad essere garante della pluralità dell’informazione ed anzi, nella protezione della categoria, è complice della degenerazione del sistema.

L’unico aspetto positivo della legge istitutiva dell’Ordine, è il codice deontologico che tuttavia, pur abrogando l’Ordine, in una legislazione di sistema, potrebbe tranquillamente essere incluso.

L’art.21 della nostra Costituzione non pone limiti alla libera espressione e chiunque ha qualcosa da dire, su un social network o su un blog, sulla carta stampata o sui canali radiofonici o televisivi, potrebbe essere un giornalista.

Non dovrebbe esserci il recinto di un Albo per esprimere le proprie opinioni e la capacità di fare giornalismo si misura nell’assenza di offese gratuite o nell’assenza di corbellerie: per le prime c’è il codice penale, per le seconde c’è il pubblico ludibrio.

In entrambi i casi, l’esistenza di un Ordine appare del tutto superflua poiché nel pubblicare ci si deve assumere la responsabilità di ciò che ne consegue, come in tutte le altre cose. L’Ordine dei giornalisti non è stato in grado di assumere posizioni di contrasto nei confronti dell’asservimento del giornalismo ai gruppi politici tanto che la Freedom of the Press, dell’istituto di ricerca statunitense Freedom House, ha classificato l’Italia un Paese «parzialmente libero» (partly free) attribuendo le cause al controllo dell’informazione, compresa quella del servizio pubblico, operata da Berlusconi e aggravata dalla legge Gasparri che ha fintamente regolamentato il conflitto di interessi pur di mantenerlo inalterato nella sua devastante mostruosità.

Paesi dove l’informazione è libera, e non come in Italia dove è soggetta a gruppi finanziari o di potere, non ci sono gli Ordini dei Giornalisti.

Gli Ordini, le caste, gli albi, sono retaggi medievali.

L’editoria piuttosto va sostenuta, come accade in tutte le democrazie che vedono nel pluralismo dell’informazione una ricchezza, se non con finanziamenti diretti, quantomeno con agevolazioni indirette.

Una regolamentazione generale del sistema che includa la diffusione delle testate on line e ridisegni il ruolo delle concessionarie pubblicitarie, garantirebbe il sostegno necessario all’editoria senza necessariamente gravare i bilanci statali.
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