26 Gennaio 2022
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IL NULLA E IL NIENTE

09-08-2021 21:44 - Carla Corsetti
“Entrano senza conoscersi, vivono senza amarsi, muoiono senza rimpiangersi” e in questo tristissimo motto si racchiude la sintesi narrativa di una categoria di persone cui la società rivolge sovente disprezzo, oppure astio, ma anche compassione, ovvero le suore, il prodotto del patriarcato più distante dall’emancipazione.
Sono donne che hanno negato la propria individualità, vittime di un sistema che le ha indotte alla inutilità soggettiva, forgiate a credere che il senso della propria identità si basi falsamente sull’accondiscendenza ai bisogni degli altri, ai desideri altrui invece che ai propri.
Le suore sono espressione seriale di quella che è, a tutti gli effetti, una patologia psichiatrica, ovvero il “falso sé”.
Il “falso sé” si manifesta quando non c’è semplicemente una acquiescenza al volere altrui, ma ci si identifica con quel volere.
Ci si forgia negando una propria dimensione autonoma, ponendo i giudizi altrui quale unico riferimento del proprio agire, negando a sé stesse ogni forma di desiderio, ogni aspirazione, ed ogni azione quotidiana va nella direzione dell’annullamento.
Così le suore assumono l’identità del gruppo che le ingabbia, con una varietà di nomi impressionante: adoratrici, ancelle, apostole, canonichesse, clarisse mercedarie, misericordine, marcelline, oblate, piccole serve, sacramentine, passioniste, crocifisse, predilette, poverelle, trinitarie….
Tanti nomi diversi per qualificare la stessa tipologia di vittime, quelle a cui è tolta ogni soggettività.
Nella presa di coscienza della subordinazione femminile nelle società patriarcali, non si può trascurare che queste donne sono vittime ignare del clericalismo più subdolo, sono vittime di una organizzazione maschile e misogina a cui si subordinano con entusiastico servilismo.
E da sempre costituiscono harem stuprabile ad uso esclusivo del clero.
Sono il simbolo supremo della subordinazione al mondo maschile, che le usa e ne abusa, in nome dello stesso dio.
Il monachesimo forzato dei secoli scorsi, quando i padri obbligavano le figlie alla vita monastica, non è equiparabile al monachesimo odierno nel quale vi è una adesione, benché patologica, alla negazione del sé.
Annullare la propria identità e soggettività in ossequio ad una subordinazione patriarcale, resta una forma di violenza, e va qualificata per ciò che è.
Non hanno disponibilità economiche, se straniere hanno paura di essere rispedite nei Paesi d’origine, e se dopo lo stupro restano incinte, sovente vengono cacciate dai conventi e abbandonate senza che nessuno si occupi né di loro né della prole.
Solamente quelle che ricoprono ruoli dirigenziali all’interno delle singole strutture conventuali, possono dire di esercitare una forma di potere, per quanto, il più delle volte, circoscritto solamente alla propria organizzazione, dal momento che a loro è rigidamente negata ogni forma di accesso alle gerarchie cattoliche che sono prerogativa esclusivamente dei maschi.
Dunque ad eccezione delle suore in posizione apicale, generalmente un paio per ogni convento, tutte le altre non hanno altre prospettive che il perenne annientamento, ad onta dell’immaginario collettivo alimentato da letteratura e filmografia benevola.
Tra le suore in posizione apicale che hanno superato il confine del loro convento, si aggira tra youtube, social e talk show, una suora di nome Anna Monia Alfieri la quale, non dovendosi preoccupare di andare a lavorare, ha conseguito due lauree per meglio servire il sistema patriarcale in ambito scolastico.
Non c’è questione sulla scuola che non la veda in prima fila a contrastare la scuola pubblica in favore della scuola privata, ovviamente cattolica.
Da ultimo è stata persino audita in Commissione parlamentare per affossare il DDL Zan, per offrire alla Lega una incompetente riflessione che facesse da sponda alle direttive vaticane.
Ebbene, ascoltare una suora su un disegno di legge per il contrasto alle discriminazioni sull’identità di genere e sugli orientamenti sessuali, al di là della indiscutibile incompetenza personale della signora in questione, è stato come consultare l’assessore di Voghera sulla legittima difesa.
A costei due lauree non sono state sufficienti per farle render conto della scemenza che ha detto quando, nel maldestro tentativo di negare tutela a categorie di persone oggettivamente discriminate, ha affermato con sicumera che lei stessa stenterebbe a pretendere una protezione normativa che la tuteli in quanto religiosa: “Io stessa religiosa farei fatica ad accettare una legge che mi tuteli. Devo essere inserita dentro una categoria protetta per questo?”
Eppure la poverina una delle due lauree l’ha conseguita in Giurisprudenza e dovrebbe sapere che lei è già inquadrata nella categoria di persone tutelate dalla legge per motivi religiosi, ma si sa, i cattolici rivendicano per loro le tutele e le libertà in base alle nostre leggi, e poi pretendono di negarle agli altri in base alla loro ideologia cattolica.
E proprio in relazione alla ideologia cattolica, c’è un altro passaggio della audizione che merita di essere considerato: “Il ddl Zan prevede indottrinamento di pensiero unico per rassicurare guadagni certi a qualche circuito. E limita libertà di espressione, pensiero e educazione”.
In sintesi lei è espressione di una setta religiosa che cerca di imporre il pensiero unico, ovvero la ideologia cattolica, che assicura guadagni certi ad un esercito di clericali di circa 48.000 persone, mantenute dallo Stato italiano, che grazie all’indottrinamento cattolico si assicurano introiti diretti e indiretti per circa 10 miliardi l’anno.
Questo esercito di clericali limita ogni diversa espressione, pensiero e educazione diversa dall’ideologia cattolica con la quale condizionano il potere legislativo, il potere esecutivo, l’informazione, la scuola e la magistratura, e la signora Alfieri, dall’inconsistenza del suo ruolo, si permette pure di dire che tutelare chi è discriminato a causa della sua ideologia cattolica, non deve essere tutelato come lo è lei.
Resta l’onta, per il Parlamento italiano, di aver audito in una Commissione, una esperta del nulla che ha declamato il niente.
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