06 Ottobre 2022
Comunicato della segreteria - 11.06.2020
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#IOPRETENDO

Il diritto alla salute è un diritto umano fondamentale, è il diritto di ogni persona a godere delle migliori condizioni di salute fisica e mentale.
Nella Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) del 1946 è stato definito come “uno stato complessivo di benessere fisico, mentale e sociale, e non la mera assenza di malattie o infermità”.
La Costituzione italiana riconosce il diritto alla salute all’art.32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”
Con la tutela della salute, come per l’istruzione, lo Stato assume una funzione sociale, ovvero assume un dovere nei confronti dei singoli e della collettività, di predisporre strutture attraverso le quali il diritto alla salute possa essere garantito.
In attuazione del precetto costituzionale, nel 1978 è stato istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) con la Legge 833/1978 che all’articolo 1 ne definiva i princìpi: “Il servizio sanitario nazionale è costituito dal complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l'eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio. L'attuazione del servizio sanitario nazionale compete allo Stato, alle regioni e agli enti locali territoriali, garantendo la partecipazione dei cittadini.”
Nel 1992 si è dato inizio al progressivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale: è iniziato il processo di mercificazione della salute, il SSN è stato riorganizzato e le Unità Sanitarie Locali sono divenute ASL (Aziende Sanitarie Locali), ovvero enti a cui è stata attribuita autonomia imprenditoriale.
Il passo successivo è stato quello di sostenere il principio di pluralità rispetto ai soggetti privati, al fine di consentirgli di operare nella sanità, fino ad arrivare alla situazione odierna che registra il paradosso della preminenza della gestione privata a scapito della gestione pubblica.
La mercificazione della sanità, nucleo centrale della privatizzazione, è stata, di fatto, la negazione del diritto alla salute.
La popolazione è stata indotta a credere che la spesa sanitaria pubblica non fosse un investimento, ma fosse un costo e in questa prospettiva la classe politica è riuscita a giustificare, senza clamore, tagli e riduzioni nel pubblico, indirizzando fiumi di denaro verso il privato.
Il Servizio Sanitario Nazionale, che nelle proprie finalità normative poneva come obiettivo centrale il benessere della persona, è stato sostituito dal Sistema Sanitario Nazionale, che nelle proprie finalità pone, invece, la mercificazione dello stato di salute.
Il Covid-19 ha disvelato lo stato di sgretolamento del Servizio Sanitario Nazionale e la incapacità di assorbire l’onda d’urto di una pandemia che, per quanto imprevedibile, ha avuto conseguenze ancora più letali a causa dell’impoverimento delle strutture ospedaliere e territoriali pubbliche.
Di contro le strutture private si sono ingrassate talmente tanto da arrivare alla quotazione in borsa, con bilanci annuali milionari.
In sintesi: la malattia per il privato è diventata un affare da potenziare, mentre la salute per il pubblico è diventata un costo da ridurre: non occorre un particolare sforzo creativo per dedurre che qualcosa non funziona e che è arrivato il momento di invertire i percorsi.
La Corte dei Conti nel Rapporto del 2020 sul coordinamento della finanza pubblica, ha reso un quadro impietoso dello stato in cui versa la sanità e nel contempo ha dato chiare ed inequivoche indicazioni su ciò che deve essere modificato: «La crisi (sanitaria ndr) ha messo in luce anche, e soprattutto, i rischi insiti nel ritardo con cui ci si è mossi per rafforzare le strutture territoriali a fronte del forte sforzo operato per il recupero di più elevati livelli di efficienza e di appropriatezza nell’utilizzo delle strutture di ricovero. Se aveva sicuramente una sua giustificazione a tutela della salute dei cittadini la concentrazione delle cure ospedaliere in grandi strutture specializzate riducendo quelle minori che per numero di casi e per disponibilità di tecnologie, non garantivano adeguati risultati di cura, la mancanza di un efficace sistema di assistenza sul territorio ha lasciato la popolazione senza protezioni adeguate. Se fino ad ora tali carenze si erano scaricate non senza problemi sulle famiglie, contando sulle risorse economiche private e su una assistenza spesso basata su manodopera con bassa qualificazione sociosanitaria (badanti), finendo per incidere sul particolare individuale, tale carenza ha finito per rappresentare una debolezza anche dal punto di vista della difesa complessiva del sistema quando si è presentata una sfida nuova e sconosciuta.
È infatti sempre più evidente che una adeguata rete di assistenza sul territorio non è solo una questione di civiltà a fronte delle difficoltà del singolo e delle persone con disabilità e cronicità, ma rappresenta l’unico strumento di difesa per affrontare e contenere con rapidità fenomeni come quello che stiamo combattendo. L’insufficienza delle risorse destinate al territorio ha reso più tardivo e ha fatto trovare disarmato il primo fronte che doveva potersi opporre al dilagare della malattia e che si è trovato esso stesso coinvolto nelle difficoltà della popolazione, pagando un prezzo in termini di vite molto alto».
Oltre 35 mila morti sono la risultante di ciò che la Corte dei Conti condanna.
È il bilancio conseguente ad una gestione che dovrà scontare finanche responsabilità penali.
Sintetizzare le cause di questa strage è un passaggio doveroso per ricostruire le responsabilità politiche, ma anche individuali, di chi ha contribuito a determinare questo scempio.
La pandemia ha reso chiaro, ad esempio, che l’Autonomia Differenziata, intesa come nuova forma di autonomia potestativa regionale che molte Regioni inseguono da tempo, in relazione alla sanità, ove dovesse ripresentarsi un’altra pandemia o dovesse avere una recrudescenza il covid-19, non sarebbe semplicemente una scelta inopportuna, ma sarebbe elemento costitutivo di una pianificazione stragista.
La sanità, insieme all’istruzione, è inserita nel Titolo II della Costituzione, nei Rapporti etico sociali, quelli che più di altri hanno scontato l’ingordigia della casta clericale.
La privatizzazione della sanità ha avuto nel clero un attore privilegiato.
Il clero si è attivato ad ogni livello, dal parroco di paese al cardinale, nella direzione predatoria della sanità pubblica, sicché quando la domanda nel pubblico è rimasta intenzionalmente inevasa, è stata intercettata proprio dal privato, prevalentemente cattolico, ma solo per quegli aspetti dai quali era possibile avere la garanzia della maggiore resa in termini di profitto, perché le prestazioni sanitarie più onerose e con maggiori costi, non sono entrate massivamente nei circuiti privatizzati, come ad esempio, la terapia intensiva.
La sanità cattolica va da sé che non si è mai declinata nel rispetto dei diritti umani, interferendo pesantemente sui diritti sessuali e riproduttivi, imponendo nelle strutture convenzionate e/o accreditate, di stampo cattolico, i propri codici medievali di negazione dell’autodeterminazione femminile.
La sanità privata cattolica di fronte alla pandemia, non è riuscita a mascherare la sua natura predatoria, sicché i contagi del personale sanitario cui sono stati negati i dispositivi di protezione, o i contagi tra i degenti cui non sono stati applicati i protocolli epidemiologici, hanno dato la cifra di quanto per costoro la reale finalità non sia mai stata la salute degli individui, quanto lo sfruttamento delle persone.
La probabilità che saremo colpiti da una seconda ondata del virus, negli ambienti medici e scientifici, è valutata concretamente e il rischio che il contagio possa falciare altre migliaia di persone, è realistico.
Le conclusioni sono ovvie a trarsi.
La salute non è compatibile con il profitto.
La regionalizzazione della sanità e la prospettiva di trovarsi di fronte a 20 norme regionali differenti, va risolta immediatamente con la centralizzazione del Servizio Sanitario Nazionale universale e laico.
Si pretenda che le strutture sanitarie private, a partire da quelle cattoliche, siano nazionalizzate e il personale sia assunto dallo Stato.
Il rispetto dei 35 mila morti passa attraverso azioni politiche che impediscano il ripetersi di questo scenario.
Diversamente, il perpetuarsi della gestione esistente, non potrà che essere qualificata come consapevole omertà e complicità.

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