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2026

01-01-2026 09:10 - Carla Corsetti
Nel momento in cui finisce un anno si fanno i conti con ciò che è stato, con la triste consapevolezza che le ingiustizie e le disuguaglianze non solo persistono, ma sembrano aumentare ogni giorno.
Gaza, con la sua tragedia che si ripete da troppo tempo, è solo uno dei tanti esempi di un sistema mondiale che dà priorità agli interessi di pochi, a discapito di milioni di vite, e mentre il conflitto infuria e centinaia di migliaia di innocenti muoiono, i governi continuano a spendere ingenti risorse per alimentare la macchina bellica, con armi che porteranno ancora morte e distruzione.
In questo contesto le scelte economiche si fanno sempre più chiare: le ricchezze vengono concentrate nelle mani di pochi, mentre i poveri vengono lasciati sempre più soli, con un welfare che si restringe e un accesso ai diritti fondamentali che diventa sempre più utopia; la sanità, l'istruzione, la giustizia sociale vengono sacrificati sull'altare delle finanze, e il peso maggiore lo portano i più deboli, quelli che non hanno né voce né potere.
Ci troviamo di fronte a un futuro incerto, in cui le nuove generazioni, quelle che dovrebbero essere il nostro domani, rischiano di vivere in un mondo senza speranza, schiacciate da un presente che sembra aver smesso di credere in un futuro migliore, perché è difficile guardare al futuro quando ci sembra che il mondo stia andando in direzione opposta a quella che vorremmo.
La speranza, seppur essenziale, non basta più, e il paradosso sta nel fatto che non possiamo smettere di sperare.
Si spera che Netanyahu trovi la condanna che merita dalla Corte Penale Internazionale per genocidio.
Si spera che Meloni venga chiamata a rispondere per le sue complicità nel genocidio.
Si spera che il referendum, che potrebbe segnare una svolta cruciale per la nostra fragile democrazia, veda prevalere il NO, per dare una possibilità di resistenza a ciò che resta di un sistema democratico che oggi sembra sempre più minacciato.
La speranza, dunque, non è qualcosa di passivo, è una lotta che deve essere alimentata ogni giorno, nelle scelte che facciamo, nelle parole che pronunciamo, nei gesti di solidarietà e di resistenza.
Non basta sperare che le cose cambino, è necessario agire affinché il cambiamento avvenga, ma il cambiamento non può avvenire se ci accontentiamo di guardare passivamente, sperando che qualcun altro lo faccia per noi.
La speranza non può essere ridotta ad un esercizio di pura attesa.
La speranza, dunque, deve tradursi in una consapevolezza critica, in un rifiuto netto dell'idea che il cambiamento possa arrivare attraverso il semplice passaggio del tempo o l'inazione dei singoli.
La democrazia va preservata non con riti formali e di facciata.
Una democrazia che non riesce a garantire i diritti più elementari, che alimenta la povertà per finanziare la guerra, che lascia interi popoli nel limbo della disperazione, non è una democrazia, ma una gestione del potere autoritaria.
Ecco, allora, che l'orizzonte del futuro diventa una questione di scelte politiche profonde, e non solo di speranze emotive, perché la solidarietà, la giustizia, la pace non sono concetti vuoti, ma pratiche quotidiane che, se non si traducono in scelte politiche radicali, rischiano di morire nel loro stesso feticismo.
Solo chi avrà il coraggio di alzarsi contro l’ingiustizia potrà, forse, pensare di ridare una possibilità a quel futuro che oggi sembra così lontano.
Ma la vera domanda non è più se possiamo sperare, ma come e se possiamo ancora permetterci di credere che le istituzioni e il sistema possano auto-riformarsi senza il nostro impegno diretto a cambiare le cose.