AHI SERVA ITALIA, NAVE SENZA NOCCHIERE IN GRAN TEMPESTA

04-01-2026 21:10 -

La conferenza stampa di Trump dopo l’invasione del Venezuela ha offerto, con rara generosità, una fotografia nitida e impietosa dello stato di decomposizione politica degli Stati Uniti.
Altro che “leader del mondo libero”: qui siamo al saggio di fine anno di una potenza in evidente crisi di nervi.
Gli USA, oggi, non sono più una democrazia, ma una caricatura di sé stessi.
Hanno un Presidente che non possiede né la statura politica né l’intelligenza strategica per tirare fuori il Paese dal pantano del debito pubblico in cui annaspa da decenni. Nessun piano industriale, nessuna visione di lungo periodo, nessuna capacità comunicativa: non sa parlare, non sa tacere e, soprattutto, non sa pensare.
Sul fronte economico, poi, il capolavoro: i dazi.
Trump li sventola come fossero la soluzione magica a ogni problema, quando persino uno studente di economia al primo anno sa che il protezionismo, in un’economia globalizzata e dipendente dalle importazioni, è una ricetta perfetta per alimentare l’inflazione, aumentare i costi di produzione, impoverire i consumatori e rallentare la crescita.
I dazi non “proteggono” l’economia: la soffocano. Non riducono il debito pubblico: lo aggravano. Non rafforzano l’industria: la rendono meno competitiva.
Ma evidentemente, tra una sparata e l’altra, il manuale di macroeconomia non è mai stato aperto.
Quando non hai abbastanza materie prime per sostenere il tuo modello di consumo compulsivo, le opzioni sono due: o le compri, oppure le rubi.
Non essendo in grado di fare accordi commerciali seri e duraturi, l’amministrazione Trump ha scelto la via più primitiva: la pirateria moderna.
Petrolio in Nigeria? Bombe.
Petrolio in Venezuela? Altre bombe e cattura del Presidente.
Altro che libero mercato: qui siamo al saccheggio coloniale versione XXI secolo, con tanto di conferenza stampa ipocrita a giustificare l’ingiustificabile.
Trump, come politico, è un fallito conclamato. Ed è proprio per questo che è pericoloso: usa la forza e la paura come cortina fumogena per nascondere la propria incapacità.
Si comporta come un gorilla nella foresta: urla, sbatte il petto e distrugge tutto intorno per convincere gli altri di essere forte.
Con l’aggravante che, quando parla, mostra uno spessore intellettuale paragonabile a quello di un criceto ubriaco che corre sulla ruota senza sapere perché.
La violenza è la sua cifra comunicativa: verso i collaboratori, verso gli alleati, verso le altre Nazioni.
L’unica legge che riconosce è quella della giungla, cioè del più forte, o meglio, di chi fa più rumore.
E infatti basta guardare come si è prontamente asservita la Giorgia nazionale: impaurita, ossequiosa, rigida. Le parole di Meloni sull’attacco di Trump al Venezuela non sono diplomazia, sono deferenza. Non un’analisi, ma un inchino. Si limita a certificare come “legittimo” ciò che le viene indicato come tale, con la solerzia di chi teme che una mezza esitazione possa essere scambiata per insubordinazione. Non parla da capo di governo, ma da serva diligente che controlla di aver pronunciato esattamente le frasi gradite al padrone.