Campagna Tesseramento 2017
Sostienici con il tesseramento o con una donazione

 

Effettua il versamento

Obiettivo n.27
Obiettivo n.27

Abrogazione del Job Act e riaffermazione dello Statuto dei Lavoratori

 

La più importante riforma del lavoro in Italia fu quella introdotta con la legge 300/1970, meglio nota come Statuto dei Lavoratori.

Dallo Statuto dei Lavoratori al Job Act non si sono modificate solamente le tipologie contrattuali e le tutele del lavoro.

La flessibilità dei contratti di lavoro, introdotta in un mercato padronale irrispettoso delle regole e con una supponenza neoliberista, si è trasformata in precarietà diffusa le cui ripercussioni sulla società italiana non si sono fatte attendere. L’impossibilità, ad esempio, per le giovani coppie di accedere al credito in assenza di garanzie legate ad un lavoro stabile, ha indebolito le prospettive di intere generazioni. Non c’è stato solo un calo dei consumi e di produttività, ma un generale decadimento anche delle potenzialità di crescita in ogni settore. A distanza di 10 anni dalla introduzione di quella sciagurata riforma, chiamata Biagi sull’onda della strumentalizzazione emotiva della sua uccisione, ma che sarebbe corretto chiamare Maroni, Ministro del Lavoro della Lega Nord, un’altra rovina si è abbattuta in Italia sul mondo del lavoro, ovvero la riforma del Ministro Fornero, da tutti gli osservatori economici definita unanimemente come la più fallimentare.

Alla legge Fornero è seguitao il cosiddetto Job act, un pasticcio legislativo che ha avuto come finalità principare quello di rendere irreversibile il processo di precarizzazione del lavoro.

Nel momento in cui la crisi finanziaria del secolo doveva essere contrastata con politiche in grado di far aumentare il PIL, le riforme sciagurate sono andate nella direzione opposta, rendendo ancora più instabili le forme di occupazione che dovrebbero invece contribuire a spingere verso la crescita. Due dati: tasso di disoccupazione generale in Italia del 12%; tasso di disoccupazione giovanile in Italia del 40%.

Era evidente la necessità di cambiare rotta per porre soluzione alla crisi occupazionale che attanaglia il nostro Paese da ormai troppo tempo e ciò sarebbe stato possibile solo con un serio percorso di risanamento che doveva prevedere una significante e duratura riduzione del cuneo fiscale, una riduzione della pressione fiscale e in ultima ma non meno importante, un ricambio generazionale.

Il cosiddetto “total tax rate”, il totale della tassazione sulle imprese, in Italia, secondo la Banca Mondiale è attualmente al 68,5%, il livello più alto nell'Unione europea.

La media europea è del 44,2%, quella mondiale al 47,8 per cento.

Tutto ciò induce le aziende  a spostare le loro sedi in paesi con una tassazione minore, causando gravi perdite di occupazione in Italia.

Non possiamo altresì pensare ad un serio rilancio dell’occupazione senza un adeguato ricambio generazionale.

In questa prospettiva appare fondamentale reintrodurre la pensione di anzianità  abolita dal governo Monti, attraverso il sistema pensionistico cosiddetto “a quota 100”, ovvero un sistema che consenta di sommare l'età anagrafica del lavoratore alla sua anzianità contributiva per raggiungere appunto il valore 100 necessario a maturare il diritto di collocamento a riposo con la massima contribuzione.

L'età anagrafica minima di uscita dovrà essere di 60 anni.

Il futuro delle nuove generazioni è più importante delle casse confuse e malate del nostro istituto previdenziale; una cattiva gestione dell'INPS ci ha portati ad una commistione tra sistema assistenziale e sistema previdenziale affossando il secondo, senza contare i capitoli di spesa destinati a categorie privilegiate che usufruiscono di un sistema previdenziale agevolato.

La successiva unificazione con l'istituto previdenziale pubblico (INPDAP) ha contribuito a dare il colpo di grazia, visti i bilanci inquinati della previdenza pubblica dove i contributi versati dai lavoratori sono solo figurativi.

Le risorse economiche necessarie si aggirano attorno ai 10 miliardi e siamo sicuri che come sono stati raccolti 20 miliardi in qualche giorno per sanare la crisi economica di alcune banche, sarà possibile reperire quanto necessario in egual tempo, addirittura senza ricorrere alle ingenti somme che regaliamo ogni anno senza motivo ad uno stato estero extracomunitario.

Inutile aggiungere che investimenti in produzioni sostenibili, formazione, ricerca, scuola pubblica, università, sono ingredienti fondamentali, in linea con i precetti costituzionali.

Abrogare le mostruosità legislative in tema di lavoro, ripristinano le tutele che erano state disegnate dallo Statuto dei lavoratori, è una delle priorità di Democrazia Atea.