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Obiettivo n.20
Obiettivo n.20

Revisione del codice di procedura civile

 

Non si può pensare che la riforma della giustizia civile, ed in particolare, del codice di procedura civile, sia un problema per i soli 'addetti ai lavori'.

Il punto di degrado cui si è giunti in questo settore è sconcertante. Abbiamo un arretrato di 5 milioni e 625.057 procedimenti civili, quei procedimenti che riguardano la generalità dei cittadini: il recupero di un credito, il risarcimento da una assicurazione, una divisione ereditaria.

La maggior parte dei cittadini non ha una frequentazione diretta con il 'falso in bilancio' oppure con il ‘legittimo impedimento’, ma è assai probabile che abbia urgenza di risolvere una questione condominiale.

Una seria e organica riforma del codice di procedura civile non si limiterebbe a rendere possibile una soluzione rapida dei conflitti, ma si tradurrebbe anche in un impulso all'economia che da decenni è bloccata da una giustizia troppo lenta.

Uno dei luoghi comuni più diffusi è che i magistrati italiani sono più numerosi dei magistrati europei ma producono di meno.

Ebbene la Commissione europea per l'efficacia della giustizia (CEPEJ) smentisce questo assunto e rileva (statistiche 2006-rapporto 2008) come in Italia per ogni 100.000 abitanti ci sono 14,8 magistrati mentre, ad esempio, in Germania ce ne sono 30,7, in Grecia 33,1, in Austria 22,8 e meno di noi c’è il Regno Unito con 11,6.

Il numero dei magistrati va posto in raffronto con il numero di cause che ogni anno gli vengono assegnate.

Dalle tabelle della Commissione europea si apprende che un giudice italiano ha come sopravvenienze civili, ovvero i nuovi procedimenti che ogni anno si aggiungono al suo carico di lavoro, un numero di affari 2 volte superiori ai colleghi del Belgio, della Francia e della Spagna, 8 volte superiore a quelli della Germania e dell’Austria, 17 volte superiore rispetto a quello dei paesi scandinavi.

Un giudice italiano infatti ha 438,06 sopravvenienze annuali mentre un giudice austriaco, ad esempio, ne ha 67,96, e un giudice svedese ne ha 25,6.

Il dato più interessante riguarda lo smaltimento degli affari civili e penali.

Un giudice italiano mediamente smaltisce 411,33 procedimenti civili e 181,09 procedimenti penali ogni anno.

In Austria un giudice civile smaltisce in un anno 65,89 cause civili e un giudice penale 16,11 procedimenti penali.

In Germania un giudice civile smaltisce in un anno 78,86 cause civili e un giudice penale 42,91 procedimenti penali.

I magistrati non sono divinità totemiche, né sono migliori o peggiori rispetto ad altre categorie professionali, ma i mali della giustizia italiana non vanno ricercati nella produttività della categoria giudicante.

Le motivazioni sono prevalentemente di natura sociale ed etica.

Il tasso di litigiosità della popolazione o l’inclinazione a delinquere degli italiani sono motivazioni aggravate da un sistema che non contiene più né l’uno né l’altra e la soluzione deve essere politica.

I processi, compresi quelli civili, celebrano le patologie dei rapporti interpersonali.

Rendere i rapporti interpersonali meno patologici è una responsabilità della politica, che, dal canto suo, in sintonia con la popolazione che l’ha espressa, ieri impersonava la menzogna degli affaristi, oggi si veste del turpiloquio degli insulsi.

La mancanza di magistrati e di personale di cancelleria, l’accorpamento di più tribunali, la soppressione di oltre il 40% delle sedi giudiziarie faranno implodere la giustizia italiana perché altrove qualcuno ha già deciso di renderla inefficiente per far meglio digerire la sua privatizzazione con la mediazione.

E’ già accaduto con la sanità e con l’istruzione.

Ora sta accadendo con la giustizia.

Attaccare la magistratura intesa come istituzione significa indebolire lo Stato di diritto.

La dignità dell’istituzione va difesa anche da quegli stessi magistrati che talvolta l’hanno disonorata, nell’esercizio della loro funzione giudicante e inquirente, o nell’esercizio dell’azione disciplinare.

L’alternativa è il far west della prevaricazione del più forte.