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RISOLUZIONE 181 31/08/2014

Nella risoluzione dell’ONU del 1947 la spartizione della Palestina in due Stati sembrava una decisione logica e responsabile per risolvere la conflittualità tra due popoli incompatibili, entrambi incapaci di superare i limiti di un nazionalismo intristito da presupposti religiosi.

Il genocidio ebraico ad opera dei tedeschi e degli italiani durante il secondo conflitto mondiale, ma anche la persecuzione ebraica ad opera dei sovietici, era stato un buon motivo per aderire senza indugio alla risoluzione dell’ONU e proclamare lo Stato di Israele.

Gli arabi invece si posero in prospettiva di contrasto rifiutando qualunque ipotesi di spartizione della Palestina e decisero di non proclamare lo Stato palestinese nella illusione che avrebbero riconquistato finanche l’ultimo granello di quell’arida terra.

Ne sono scaturiti sessantasette anni di violenze inutili, in uno scontro infinito, senza prospettive, nel quale la componente religiosa ha di fatto inibito ad entrambi, israeliani e palestinesi, di avere consapevolezza della loro mediocrità.

Sono mediocri gli israeliani quando si percepiscono come vittime e quando si autoconvincono che la storia abbia dato loro la patente di detentori di una superiorità morale.

Per tutti gli altri popoli lo sterminio sistematico si chiama genocidio ma gli israeliani ricordano il genocidio subito dal loro popolo come momento sacrificale di stampo religioso, sicché riservano solo a loro stessi la valenza celebrativa della sofferenza patita, negandola agli altri, soprattutto quando sono proprio loro ad infliggerla.

E in questo momento autocelebrativo, come in una spirale schizoide, negano alle loro coscienze di essere autori di brutalità e oppressione.

I palestinesi, dal canto loro, imprigionati in una religione interpretata in senso gravemente antiumanitario, scontano nella soccombenza la loro arretratezza culturale che, tranne poche eccezioni, ha condannato il loro popolo ad una perenne infelicità.

Una cosa li accomuna ovvero la stupidità delle rispettive forze governative, incapaci di elaborare un impegno politico che ponga fine alla violenza.

In tanti anni di raid aerei e attacchi terrestri Israele non ha minimamente minato la determinazione alla resistenza dei palestinesi, anzi, l’ha rafforzata.

In tanti anni di oppressione subita, le organizzazioni politiche palestinesi hanno continuato a credere che la lotta armata priva di una progettualità politica indirizzata alla costruzione e non alla affermazione di uno sciocco nazionalismo, avesse senso.

Di certo la superiorità militare israeliana e la determinazione inequivocabile manifestata verso la “soluzione finale” per spazzare via il popolo palestinese, trova un contesto internazionale in parte complice, come gli USA e l’Egitto, in parte distolto da altre emergenze, come la Siria e l’Iraq.

Ma c’è anche chi, come l’Italia, vive una stagione di egoismi e opportunismi di basso profilo entro i quali le emergenze umanitarie si misurano in euro.

Ritiro degli israeliani dalle terre palestinesi come da risoluzione ONU 242, riconoscimento reciproco delle rispettive sovranità, abbattimento delle connotazioni religiose dalle rispettive posizioni ideologiche, queste sono le soluzioni.

Ma entrambi i governi hanno fatto la scelta di condannare i loro popoli al terrore, sia gli israeliani che i palestinesi alla serenità hanno preferito la perversione.

Forse è il loro dio che lo vuole.

 

Carla Corsetti

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