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I WANT TO BE WITH EU 02/07/2016

Dopo la vittoria del "Leave" nel referendum del 23 giugno nel Regno Unito, si sono aperti numerosi fronti di discussione sulla scelta degli Inglesi di uscire dall'Unione Europea. Da chi prevede scenari apocalittici per i Britannici, a chi esulta per questa "secessione", auspicando che altri paesi dell'UE possano seguire l'esempio, passando per chi, più cauto, guarda con preoccupazione a quelli che potranno essere le conseguenze di questo voto.

Da parte nostra, un'analisi ha tardato ad arrivare, anche per evitare che ci si potesse far trascinare da giudizi a mente troppo calda, senza poter fare un'analisi ragionata sulla situazione.

Al di là delle previsioni che si possono fare in merito al futuro del Regno Unito, i fatti fino ad ora parlano chiaro: la sterlina ha toccato il suo minimo dagli anni '80, le previsioni degli istituti dicono che il PIL perderà il 2,2% nel prossimo anno, gli investitori esteri sembra stiano preparando le valigie, l'Irlanda del Nord e, soprattutto, la Scozia minacciano di voler abbandonare il Regno Unito per poter rimanere nell'Unione, i politici promotori del "Leave" hanno iniziato a rimangiarsi tutte le promesse fatte dopo solo poche ore dall'esito della votazione, gli episodi di razzismo e di intimidazione nei confronti degli stranieri da parte dei cittadini britannici "purosangue" sono aumentati esponenzialmente nell'ultima settimana.

Insomma, il Paese sembra essere piombato nel caos dal giorno alla notte.

Dopo le dimissioni di David Cameron da Primo Ministro, per passare la patata bollente al suo successore, il Regno Unito sta cercando di temporeggiare per la presentazione ufficiale della richiesta di uscita dall'UE, e l'UE a sua volta pare volersi togliere il pensiero prima possibile, sollecitando l'avvio delle pratiche e delle trattative, un po' per mostrare intransigenza nei confronti degli Inglesi, un po' per timore di entrare in una fase di stallo che a lungo andare potrebbe mettere a rischio l'integrità del sistema europeo.

Non ci soffermiamo sulle statistiche post voto, in quanto il campione rappresentativo è stato contestato, e non vogliamo rimetterci qui ad aprire polemiche. Tralasciando che il Regno Unito non è mai stato un particolare amante dell'Unione Europea, sembrerebbe che il fronte del "Remain" fosse più diffuso tra i giovani, quello del "Leave" tra i più anziani, e che i primi si siano recati alle urne molto meno dei secondi. Sicuramente un dato certo è la distribuzione del voto, e si osserva che nelle aree più "rurali" dell'Inghilterra abbia vinto il "Leave" (Londra e le altre principali città inglesi sono risultate essere infatti "pro-Remain"). La Scozia e il Nord Irlanda hanno votato quasi all'unanimità per rimanere nell'Unione Europea, ma ciò non è evidentemente bastato.

Pur non volendo fare previsioni azzardate su quel che sarà il futuro della vicenda, sicuramente una cosa possiamo affermarla: probabilmente il Regno Unito, in tutto ciò, andrà a perderci. Non si sa come, non si sa quanto e per quanto. Ma pare sia quasi una certezza, almeno sul breve/medio periodo.

L'ondata di populismo (una parola che dà molto fastidio ai populisti) che da qualche anno a questa parte si è fatta largo nei paesi dell'Unione, questa volta ha vinto. Hanno vinto i vari Farage, i vari Johnson, ha vinto il nazionalismo della "razza britannica" (da non confondersi con "patriottismo"). Chi sembra averci perso è il Paese.

Non a caso, subito dopo l'esito del referendum, i gruppi politici ultranazionalisti e populisti di altri Paesi europei hanno evocato una consultazione simile, ad esempio nei Paesi Bassi e in Francia. Ciò ha fatto subito notizia, anche se attualmente l'ipotesi non sembra così probabile, ma la preoccupazione è comprensibile e concreta. Non bisogna assolutamente sottovalutare quest'ondata antieuropeista. Già è stato fatto, e le conseguenze si sono viste. E non sono auspicabili.

C'è un "però": sarebbe veramente troppo facile puntare il dito sui movimenti antieuropeisti. Fa comodo pensare che la colpa di un possibile futuro travagliato per il Progetto Europeo sia tutta da attribuire a questi gruppi. Sì, il sentimento spesso xenofobo, anticomunitario e semplicista tende a far presa molto facilmente su una certa fascia della popolazione, che si trova già ben predisposta ad accogliere certe idee e a farle proprie. Ma bisogna chiedersi in primis dove l'Europa abbia sbagliato.

Purtroppo, è innegabile che le istituzioni europee siano viste come un grosso carrozzone burocratico (cosa che, in una certa qual misura, effettivamente sono), ed è innegabile che il sentimento di diffidenza nei confronti dell'UE sia una conseguenza degli egoismi e della miopia degli Stati Membri, impegnati spesso a guardare al proprio orticello e a prendere iniziative a vantaggio dei propri Paesi a scapito dell'Unione.

La crisi finanziaria non ha aiutato, anzi, ha fatto sì che questi conflitti intraeuropei venissero a galla, prendessero forma concreta, che i conflitti politici si inasprissero e che le fondamenta dell'Europa vacillassero ogni giorno sempre di più.

Abbiamo visto che l'isolazionismo socio-economico e l'ultranazionalismo sono progetti fallimentari sul lungo periodo, tanto più in piena globalizzazione. Ce lo dice la storia, lo ribadiamo noi. Ci sono rari esempi in cui possono aver permesso il mantenimento dello status quo senza intaccare la stabilità delle nazioni. Molti antieuropeisti portano come esempio la Svizzera, come se fosse a prescindere possibile rapportare il modello elvetico (che, non va comunque dimenticato, è una federazione) al proprio. I massicci flussi migratori in atto in questo periodo contribuiscono a creare quel clima xenofobo e nazionalista che abbiamo visto in Inghilterra (la lotta all'immigrazione è stata uno dei cavalli di battaglia del fronte del "Leave"). La miope e colpevole visione politica egoista di alcuni Paesi Membri contribuisce ad alimentare la diffidenza.

Come dunque si possono arginare questi sentimenti euroscettici (o, per meglio dire, eurofobi)?

La risposta breve è molto semplice: o l'Europa cambia, o l'Europa muore.

L'ipotesi auspicabile è che ci si muova verso una Federazione Europea. Un progetto iniziato decine di anni fa, e che ora sempre più sembra stia prendendo una forma distorta, imperfetta, grottesca. Un enorme "blob" finanziario, di cui la percezione che si ha è quella che sia una tavola rotonda per i mercati e le banche, e null'altro.

Le persone sono state abituate ad associare l'UE a termini finanziari che spesso neanche vengono compresi ed infastidiscono, c'è il perenne timore che ogni Stato Membro sia lì pronto a sistemare i propri interessi a discapito di quelli altrui.

Finché non ci muoveremo seriamente in questa direzione, progressivamente ed in maniera intelligente, non potremo mai sperare in un'Europa veramente unita.

L'Europa c'è, la viviamo ogni giorno, anche nelle piccole cose, ma la maggior parte delle volte non ne siamo neanche consapevoli. Siamo talmente abituati a determinati fattori che tendiamo a darli per scontati, senza renderci conto che senza l'Europa sarebbe tutto diverso. E non in meglio.

Il compito delle istituzioni, e soprattutto dei singoli Stati membri, sarà principalmente quello di far vivere veramente l'Europa ai cittadini europei. Occorrono iniziative, occorre una trasparenza maggiore e un maggior coinvolgimento.

Ancor più ora, che il baricentro del mondo si sta spostando verso i Paesi asiatici. Ancor più ora, che le frontiere fisiche vengono progressivamente abbattute dall'avvento di tecnologie sempre più sofisticate, di una rete sempre più diffusa, delle nuove generazioni sempre più interconnesse tra loro.

Il nostro compito è garantire un'Europa unita ai nostri figli e ai nostri nipoti. Superare le barriere linguistiche tramite il bilinguismo e la lingua franca, insegnarla e praticarla come fosse una prima lingua, superare le differenze culturali tramite l'interculturalità tra nord, sud, est e ovest dell'Europa, superare le differenze socio-economiche tramite un welfare state funzionale e omnicomprensivo, superare le differenze religiose tramite uno Stato Europeo laico, che garantisca le libertà individuali ma che sia a sua volta libero da qualsiasi ingerenza.

Vanno garantite le autonomie "locali" (leggi Nazionali), ma va progressivamente istituita una politica comunitaria sovranazionale basata su una democrazia rappresentativa dell'intero popolo europeo. Attualmente le elezioni europee vengono viste a malapena come un termometro politico della situazione nazionale, ma non viene dato abbastanza peso a ciò che rappresentano.

Il trend deve cambiare.

La Brexit è sicuramente un duro colpo, ma può essere un'importante occasione per indirizzare il progetto su nuove strade.

Dobbiamo rispolverare il Manifesto di Ventotene.

Dobbiamo consegnare alle generazioni future gli Stati Uniti d'Europa.

E sta a noi cittadini farlo.

Inziamo imparando a conoscere e a seguire i lavori dell'Unione Europea:

http://europa.eu/index_it.htm

 

Alessandro Orfei

Membro della Segreteria Nazionale di Democrazia Atea

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