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Aspettando il 25 luglio 31/05/2011

  
I risultati delle amministrative ci consegnano un significativo segnale di cambiamento.

Una parte determinante della popolazione, che pure in passato aveva votato per il partito del Presidente del Consiglio, ha cambiato opinione e oggi rivolge altrove le proprie aspettative politiche.

Non c’è identità tra i voti di Napoli e quelli di Milano, di Cagliari o di Arcore.

Sono diversi i contesti e le prospettive future.

Una equiparazione c’è forse con il risultato che è, quasi ovunque, di protesta ma non sempre di riscatto.

C’è una parte consistente della popolazione che ha espresso una scelta elettorale ma non una scelta politica, nella assoluta convinzione che ora debbano essere solamente gli eletti ad occuparsi del futuro immediato degli elettori.

Da oggi questi elettori aspetteranno, senza partecipare, di raccogliere il frutto del lavoro altrui.

Il voto per molti è una delega totale, una cambiale in bianco in attesa della scadenza per la riscossione.

Le elezioni consentono di dire: “li ho votati ora dovranno occuparsi loro dei miei interessi”.

Eppure partecipare ad una fase di cambiamento significa rendersi parte attiva e non semplice spettatore.

Il voto non è come pagare il biglietto del cinema.

Ciascuno è chiamato a contribuire al progresso materiale e spirituale del Paese secondo le proprie possibilità.

Il cambiamento non sarà reale ma resterà solo elettorale se mancherà il senso della partecipazione e della costruzione.

Misureremo il salto di qualità solamente se il cambiamento si accompagnerà con la distanza da tutto ciò che, in questi anni, ha contribuito a rafforzare la sconcezza di un potere irresponsabile.

Il Presidente del Consiglio ha interpretato la volgarità di una parte della popolazione ed ne ha condiviso le bassezze “istituzionalizzandole”, con la complicità e la copertura di un potere clericale che ne ha tratto immensi e diretti benefici economici, ma anche con la complicità di coloro che, pur essendo in grado di rendersi conto, per cultura e maturità politica, di quanto fosse infimo il livello dei nostri rappresentanti, li hanno sostenuti ugualmente, pensando di trarne comunque qualche utilità di parte a scapito dei benefici per il Paese.

Se molti italiani non hanno mai smesso di provare disagio nel vedersi rappresentati da uomini impresentabili, restano pur sempre tanti quegli italiani che questo disagio non lo hanno mai avvertito, fedeli ad una casta politica che si è appropriata della parola “libertà” per meglio attuare le sue manovre liberticide.

E’ il sistema complessivo che deve ancora cambiare e potrà cambiare solamente se cambierà il grado di emancipazione culturale e politica generale.

E’ necessario ricostruire il tessuto etico del Paese, disgraziatamente dilaniato da un moralismo religioso di bassissimo profilo, e possiamo farlo richiamando quei principi costituzionali offesi dal ventennio berlusconiano, che già disegnavano una condivisione possibile nel rispetto delle differenze.

Il berlusconismo non è finito, è ancora presente nelle menti annebbiate delle nuove generazioni, protese verso facili notorietà e pronte alla mercificazione.

Il berlusconismo è presente nelle omelie parrocchiali domenicali che invitano alla rassegnazione mentre si difendono i più forti, in una partita di scambio che giustifica l’ingiustificabile.

Il risultato elettorale è” lo sbarco degli alleati” ma la Resistenza non è terminata.

Non siamo ancora arrivati al “25 luglio” e non possiamo ancora abbassare la guardia.

 

Carla Corsetti

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